Il colore rosa non può mancare nella tavolozza degli artisti. Nelle sue infinite sfumature il rosa serve a dipingere l’incarnato, i petali dei fiori, il piumaggio degli uccelli.
In questo articolo esploriamo l’evoluzione storica e artistica del colore rosa, passando attraverso periodi di grande fortuna e di oblio, fino all’arrivo dei pigmenti di sintesi.
Antichità: un colore senza pigmento
Il rosa è un colore molto presente in natura, basti pensare, banalmente, alla rosa, o all’incarnato, o al cielo al tramonto. Di conseguenza, questo colore, in tutte le sue sfumature, è presente nelle tavolozze degli artisti fin dai tempi più remoti.
Eppure, non esistono pigmenti storici a disposizione degli artisti per riprodurre questa tonalità.
Di cosa è fatto allora il rosa che emerge dagli affreschi della tomba di Euridice in Macedonia? Lo studio degli affreschi ha rivelato le tre tecniche usate dai greci per riprodurre il rosa.

Si mescolavano pigmenti bianchi e rossi, si facevano velature sovrapposte con questi due colori, oppure si accostavano piccoli tratti di pittura bianca e rossa. Queste tecniche che sono rimaste invariate per secoli, almeno fino all’arrivo dei pigmenti di sintesi all’inizio dell’Ottocento.
I pigmenti più usati per riprodurre il rosa e l’incarnato erano le argille bianche, come il caolino o il bianco di piombo, e per il rosso gli antichi avevano a disposizione l’ocra rossa, il cinabro o le lacche vegetali e animali.
Un legno esotico e le ricette del Cennini
Il rosa è molto presente nell’arte medievale e non solo per l’incarnato. Se vogliamo individuare uno dei periodi d’oro del colore rosa, ebbene il primo è proprio il medioevo.
Lo vediamo in abbondanza nelle Miniature Ottoniane intorno all’anno 1000, sugli abiti dei prelati, degli imperatori, degli evangelisti, perfino sul monte Calvario e su Gesù crocifisso.

Il Trecento é il secolo del rosa per eccellenza, anche grazie all’arrivo di un legno proveniente dal’India e dal sud est asiatico. Il suo nome scientifico è Caesalpinia brasiliensis, verzino o albero della brace in volgare, e sbarcava a Venezia attraverso i mercati egiziani per rifornire i tintori di tessuti.
Vale la pena di raccontare come questo albero abbia dato il nome ad un grande paese, il Brasile. Tutto nasce dal fatto che nella lingua lusitana, la parola brace diventa brasil. Quando i Portoghesi trovarono alberi dal caratteristico color rosso brace lungo le coste atlantiche dell’America Meridionale, li ritennero identici a quelli già noti in Europa, e poiché erano molto diffusi in quelle regioni, diedero al Paese il nome Brasile.
Il legno brasile, o meglio il suo estratto, si rivela il solo colorante capace di restituire delle vere tonalità rosa. I tintori toscani sono i primi a riuscire ad ottenere dei rosa brillanti stabili per le stoffe, e la moda degli abiti rosa si diffonde in tutta Europa tra il 1320 e il 1380.
Tuttavia non sappiamo se i pittori riuscirono a ricavare una lacca rosa stabile e brillante da questo colorante.
Le ricette del Cennini
Nel suo trattato Il Libro dell’Arte, Cennino Cennini usa l’estratto di verzino nelle sue ricette per fabbricare un acquerello dal colore “rosetta assai bella”, ma per gli affreschi, il Cennini suggeriva un miscuglio di ocra rossa di alta qualità, detta sinopia, mescolata con un pigmento detto bianco di San Giovanni, ricavato dalla calce, per ottenere uno speciale pigmento detto cinabrese.
Fatto sta che il rosa si fa protagonista delle scene urbane nei dipinti della scuola di Siena, che annovera grandi pittori come Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti, Duccio di Buoninsegna.

Il rosa è presente anche nelle tavolozze dei pittori fiorentini del quattrocento, ed è molto apprezzato dai maestri del Rinascimento e del manierismo, che con la pittura a olio e la tecnica delle velature riescono ad ottenere dei rosa brillanti.
Il nome del colore rosa
Come per il viola e l’arancione, il colore rosa non ha un nome preciso, almeno fino alla pubblicazione del trattato sui colori Coloribus Libellus, pubblicato nel 1528 a Venezia da Antonio Telesio, nel quale compare il termine latino roseus, anche se tradotto non sta proprio per rosa, ma per rosato. E’ già qualcosa.
Nel trattato intitolato “Sui colori per la pittura ad acqua”, pubblicato nel 1692 da un artista olandese, un tal Boogert, il colore rosa ha diritto ad una pagina tutta sua con ben cinque tonalità, ma non si intravvede ancora un nome preciso.
Il secolo che sta per cominciare vede di nuovo il rosa protagonista, e precisamente nel periodo dominato dallo stile rococò.
Promotrice di questa tendenza è madame de Pompadour, la favorita di Luigi XV, che predilige la rosa tra tutti fiori.

Thomas Gainsborough, Mary, Countess Howe, (particolare) 1764
Grazie ai coloranti ricavati dal legno di brace proveniente dal Brasile, più intenso e stabile di quello asiatico, i tessuti per l’arredo e per gli abiti si tingono di diverse tonalità di rosa, mentre pittori come Boucher e Fragonard usano il cosiddetto “rosa Pompadour,” una tonalità di rosa sofisticata, calda e delicata, formata da un miscuglio di bianco di piombo, vermiglione, lacca carminio e un pochino di giallo.
Bisogna aspettare il 1835 per vedere il rosa inserito ufficialmente nella lista dei colori nella sesta edizione del “Dizionario de l’Académie Française”.
Il colore rosa nei pigmenti di sintesi
Nel frattempo compaiono i primi pigmenti di sintesi, tra i quali si affaccia timidamente un rosa particolare, utilizzato inizialmente per l’arte ceramica in Inghilterra alla fine del Settecento: il potters pink.
Si tratta di un pigmento inorganico, stabile e dalla granulazione molto intensa, con tonalità varianti da un rosso spento a un rosa cipria.
Introdotto sul mercato per gli artisti con il nome di “pinkcolour” ebbe un forte impatto soprattutto nel campo dell’acquerello. Oggi è proposto da alcuni marchi con il codice PR233.
Dobbiamo a George Field, chimico inglese dalla personalità eclettica, inventore, divulgatore, produttore e venditore di pigmenti, la creazione di una lacca di garanza più resistente alla luce, impresa premiata con la medaglia d’oro Isis della Society of Arts nel 1816.

Edgar Degas, Le ballerine rosa, prima del balletto, 1884
Contrario alle mescolanze, Field cerca di creare pigmenti puri per ogni tonalità, come il rose madder lake, o lacca di garanza rosa.
I quaderni con le ricette furono acquisiti da Winsor & Newton dopo la morte di Field, e oggi il brand inglese propone il Rose Madder Genuine, realizzato secondo la formulazione originale.
Oggi la lacca di garanza rosa è proposta da alcuni marchi
nella versione di sintesi ed è composta dai pigmenti chinacridone PV19 o PV42, anche se per esempio Daniel Smith usa una formula a tre pigmenti, aggiungendo al PV19 il rosso e il magenta.
La lacca di garanza non può mancare nella tavolozza per i soggetti botanici, per via del suo rosa caldo e intenso.
Il Magenta, scoperto per caso
Possiamo inserire tra i rosa anche il Magenta, scoperto per caso come molti altri pigmenti, non è chiaro se da un chimico francese o tedesco. Leggende a parte, un colorante di sintesi rosso violaceo risulta brevettato come “fuchsina” dalla società francese Renard Frères & Franc nel 1859, mentre la società britannica Simpson, Maule & Nicholson brevetta un colorante simile con il nome di “roseina” l’anno successivo.
Più tardi i produttori sfruttarono il grande impatto emotivo suscitato dalla sanguinosa battaglia di Magenta, combattuta da francesi e piemontesi contro gli austriaci nel 1859. Forse per celebrare la vittoria, il colorante prese il nome nell’omonima località lombarda.
Tuttavia, nonostante il successo di marketing, il colore si rivela instabile, come tutti i pigmenti organici di sintesi della gamma dei rossi freddi, e dobbiamo aspettare l’arrivo dei chinacridoni per avere dei colori Magenta abbastanza stabili. Il pigmento più usato per creare il Magenta chinacridone è il PR122.
I pigmenti rosa moderni, oltre ai chinacridoni, comprendono un colore particolare, l’Opera Rose.
Commercializzato per la prima volta dall’azienda americana, Grumbacher, negli anni ’70, è composto dal chinacridone Magenta, e da un colorante rosa fluorescente.
Ne risulta un rosa intenso, usato con entusiasmo dagli artisti per creare dipinti vibranti e velature capaci di ravvivare colori spenti.
Ma ben presto fu chiaro che questo colore aveva un grosso problema di resistenza alla luce, perdendo con il passare del tempo tutta la sua brillantezza.

Tecnicamente, il rosa è un tonalità desaturata e chiara di rosso, vale a dire meno pura e intensa.
Per questo il rosa non è catalogato come gli altri pigmenti nell’International color index, ma si trova nella categoria dei viola e, in alcuni casi, dei rossi.
Immagine di copertina: Frederick Carl Frieseke, Ritratto di Madame Gely, 1907
Letture consigliate: Michel Pastoureau, Rosa. Storia di un colore. Ed Ponte alle Grazie, 2024





